martedì 26 febbraio 2008
UNDICESIMA PUNTATA
Tutti gli italiani di Danimarca, almeno una volta nella vita, hanno combattutto con le lavanderie automatiche.
Ebbene sí: nell´iperevoluta Danimarca che produce energia con il vento, che investe tutto ció che ha in ricerca e sviluppo e che non ha macchinisti nei treni della metropolitana, mancano le lavatrici domestiche. Per cui la gente si ritrova periodicamente - sacco in spalla - nelle lavanderie, pagando 30 Corone - 1 Euro vale 7.5 Kr - 15kg di bucato. Peccato che le istruzioni siano in lingua madre, che il sapone si chiami "sæbe" e che la macchinetta día resti esclusivamente in monete da una Corona.
Va a finire che, dopo aver "caricato" 35 Corone, premo il tasto per il sapone, che costa cinque: mi giro per prendere il sapone e son convinto di aver sbancato un il Casinó di San Vincent.
In realtá la macchina mi sta restituendo una scarica di 30 gettoni da una Corona (anziché darmi il tempo di programmare anche la lavatrice con un solo atto). Mi appresto a reinserire tutte le monete nuovamente per avviare il labaggio. Arrivo infondo alla procedura con il display che indica 28: evidentemente questa macchinetta é stata tarata a Napoli. Ovviamente la moneta di piú piccolo taglio che ho nel portafoglio é da 20 Corone, per cui a lavatrice inoltrata, mi ritrovo con diciotto simpatiche monete da una corona in tasca. In quel momento é chiaro come nascono le candid camera che tanto fanno ridere la gente su youtube.
Ma la Danimarca é il paese piú felice del mondo: la gente é ricca ed é notevolmente diversa dal popolo italico. Loro attraversano la cittá pedalando anche sotto la neve, noi prendiamo la macchina anche per andar dal panettiere dall´altra parte della strada. Da noi ci sono smart e suv e si combatte per il parcheggio, da loro tutti i taxi sono Mercedes, la gente ama farsi portare a spasso ovviamente senza rinunciare al benessere.
Il traffico. Sono civilizzate, le auto, in Danimarca. Quando é giallo rallentano, quando é rosso sono ferme. Quando diventa giallo rimangono tranquille, quando é verde, con garbo e calma, ripartono. Le battaglie per il parcheggio riguardano le bici, e mi assicurano che da queste parti capita di imbattersi in un ingorgo sulla pista ciclabile che costringe ad aspettare fermi al semaforo tre cicli completi prima che arrivi il verde. Per noi italiani guidare da queste parti é discretamente pericoloso: a ogni svolta a destra faremmo strike di ciclisti (anche perché spesso a destra della corsia di marcia, c´é l´area di parcheggio, prima della pista ciclabile: fondamentalmente i ciclisti arrivano "sparati" da dietro e hanno la precedenza).
Ma se le macchine sono discretamente civilizzate, non é cosí per le bici. Il che si percepisce non tanto sulle striscie pedonali, quanto alle fermate degli autobus: non ci sono le banchine, sicché gli ignari pedoni si ritrovano in mezzo alla pista ciclabile dove i ciclisti sfrecciano alla velocitá della luce. E non frenano mai. Il welfare state infatti copre tutti i danni, sicché il ragionamento é: "perché frenare, quando se mi sfracello, posso andare tranquillamente in ospedale? Cosa pago a fare le tasse? Perché dovrei frenare, per risparmiare i soldi che daranno agli iracheni?".
La scorsa settimana, come detto, sono stato fuori dal mondo. Ho ricominciato a studiare i giornali e non posso non constatare che qualcosa si muove, a livello mondiale. Un nero finalmente compete per la Casa Bianca, rilanciando il sogno di migliaia di americani e osservatori di tutto il mondo. L´Ambasciata USA a Belgrado - si, esatto, la cittá nella quale sarei dovuto andare - é un cumulo di macerie: il Kossovo ha dichiarato l´indipendenza e i serbi l´hanno presa con filosofia. A Cuba si chiude un´epoca, mentre in Francia si consuma la prima uscita ufficiale di una a First Lady italiana.
E cosa succede nello stivale? Questa mattina il Corriere e Repubblica aprivano con il flop di un noto festival musicale, di spalla c´era il flirt tra un giocatore brasiliano e la prima ballerina del Carnevale di Rio mentre al presidente di una nota confederazione di imprese non é andato giú l´arbitraggio di Reggina-Juventus.
La domanda é: nostalgia dell´Italia? La risposta é: perchè dovrei?
Un abbraccio internazionale.
USD
lunedì 25 febbraio 2008
DECIMA PUNTATA
No, tranquilli, non mi hanno dato fuoco. Sono ancora vivo e a piede libero. E in discrete condizioni.
Anche se nella serta di San Valentino, un po' mi son cagato addosso mentre passeggiavo da solo in una via del centro, quando ho incrociato una mandria di ragazzetti che scandiva slogan - chissà
contro chi - e marciava con aria minacciosa sulla strada, nel senso di marcia opposto al mio. Certo, quando ho visto che al semaforo si sono fermati perché era rosso, ho recuperato un po' di tranquillità. "Ma si - ho pensato - sono una banda di ragazzini, che mai potranno far di male?".
Beata ingenuità: pare che siano proprio i ragazzini, seconda generazione di immigrati, che stanno mettendo a ferro e fuoco la città. Secondo i danesi si tratterebbe di microcriminalità e di atti vandalici figli dell'adolescenza, che fanno rumore solo perché qua in DK non sono abiutati né alla microcriminalità, né agli immigrati, né alla seconda generazione di immigrati.
Qualcuno di voi forse ha sentito nominare Grunditvig, il fondatore, qualcuno di voi ha anche un'idea di cosa siano le folk high school, fatto sta che la scorsa settimana l'ho trascorsa a Ollerup, in un istituto legato all'apprendimento non formale.
Che cos'è? E' una specie di scuola che non è una scuola, è un college che non è un college, è un'università che non è un'università. Sostanzialmente in queste folk school "si scopre la vita", per dirla con i danesi e si cresce: è tradizione, in Danimarca come in tutti gli altri paesi propriamente scandinavi, spedirci per qualche mese i propri figli a cavallo tra college e università. Anche perché tutti i genitori ci sono stati e molto spesso proprio qua hanno conosciuto
il partner con il quale poi hanno messo su famiglia. Spesso anche Per i nonni vale lo stesso discorso.
In queste scuole si usano metodi di apprendimento non formale, per cui giochi di ruolo, project work, dibattiti, attività fisica, regole discretamente serrate, socializzazione forzata. Si cantano
canzoni, si organizzano riunioni quotidiane, si sta tutti assieme, si condividono emozioni, sentimenti, informazioni. Si sviluppa la personalità. Costano un botto e non si ottiene alcuna certificazione, sia ben chiaro: ogni istituto ha una specializzazione (lo sport, l'arte, il
teatro, la musica etc.) e l'unico valore legato a queste scuole, è legato alla disciplina specifica (per esempio a Ollerup era la ginnastica, per cui per i ginnasti provetti, un anno a Ollerup è un buon biglietto da visita). In compenso pare si trombi come ricci.
Qua si vive l'adolescenza con una beata innocente tranquillità: i ragazzi sono spensierati e non hanno bisogno di uscire, tutto ciò che serve è dentro l'istituto. C'è un microcosmo sociale in cui ciascuno viene stimolato a ritagliarsi il proprio ruolo. Inutile dire che spesso sono nel bel mezzo della campagna danese, sperdute in mezzo a isolette sperdute.
Qua ci si schiarisce le idee sull'università, quà si dà sfogo a tutte le fantasie più represse, qui si valorizza l'adolescenza, preparando le persone a costruirsi una famiglia: forse nasce anche qua l´immagine degli scandinavi che - a diciott´anni - hanno giá provato tutto ció che c´é da provare.
Ebbene l'ultima settimana di Danimarcantonio è ambientata proprio in una folk school. Se ci ripenso è pelle d'oca: una trentina di baldi giovani coinvolti in una cinquegiorni di giochi, confronti, dibattiti, attività fisica e tante sane risate. Per papà l'universo non forse non andava oltre
le Alpi e sicuramente non scavalcava la cortina di ferro. Per mio nonno le nazioni europee erano nemiche o amiche a seconda degli umori di Sua Eccellenza il Re d'Italia.
Avrei voluto fermare il tempo, a Ollerup. Perché sentire un ungherese che non spiccica una parola di inglese, ripetere mnemonicamente "Ciao bellissima, vuoi venire a vedere la mia collezione di farfalle?" a una francese che - random - risponde "no" sentendosi dire "Zitta puttana!" non ha prezzo. Perché sentire la musica riecheggiare in una palestra in cui austriaci, francesi e sloveni giocavano assieme a basket -alcuni senza la minima cognizione di causa ma tutti con trentacinque denti di sorriso - non ha prezzo. Non ha prezzo ridere alle tre di notte realizzando che in Grecia, Germania e Italia la posizione di espletamento delle funzioni fisiologiche
di una certa consistenza è pressoché la stessa (cioé seduti sulla tazza). Non ha prezzo stimolare
una timidissima bosniaca e vederla poi prendere iniziativa recitando di fronte a una platea divertita e sorridente. Non hanno prezzo nemmeno le pacche sulla spalla di un bulgaro che hai preso in giro regolarmente ogni volta che apriva bocca. E anche quando non la apriva, perché da quelle parti il movimento del capo verticale - su giu su giu - significa "no" mentre quello orizzontale - destra sinistra destra...o viceversa - significa "si".
Ci sono cose che non hanno prezzo, ci sono esperienze che vale la pena di esser vissute.
A volte basta veramente poco per fare delle cose grandi, per emozionarsi, per condividere stati d´animo, per sorridere. Troppo spesso non si riesce a prendersi un po´ di tempo per sé, per agire senza pensare, per giocare, per lasciarsi andare. A volte é difficile lasciare tutto fuori, i pensieri, i problemi, la fatica. A volte é difficile fare ció che si ha voglia di fare senza pensare. Quante volte si comincia con una partita di calcetto e si finisce con gli insulti, quante volte non si é mai contenti. Quante volte non ci si rende conto di ció che si ha e di ció che si é. Quante volte si é troppo impegnati a pensare per non gioire delle piccole cose.
Ecco cosa ho fatto la scorsa settimana: ho gioito delle piccole cose. A Ollerup, un paese che manco sapevo esistesse. E che son contento di aver conosciuto.
Un abbraccio internazionale.
USD
sabato 9 febbraio 2008
NONA PUNTATA
Più di una volta mi è capitato di far due chiacchiere in mensa con dei perfetti sconosciuti danesi: pur potendolo benissimo evitare, mi rivolgono la parola, poi capendo che sono straniero "riparano" in inglese senza tirarsi indietro. Domande banali come "ti piace il cibo?", "come ti trovi in Danimarca?", "interessante quello che stai facendo...", "A che ora cominci a lavorare?": per intenderci, roba che io in Italia mai mi sognerei di chiedere a dei perfetti sconosciuti in una mensa, per giunta in inglese. Per di piú, dopo aver rotto il ghiaccio in mensa, iniziano a sorridere e salutare quando li incroci nei corridoi.
Aneddoto. Uscita della discoteca, ore 5.30 di sabato mattina. Sono in compagnia di una coppia di tedeschi: scambio di sigarette con un danese che - discretamente ubriaco - inizia a chiacchierare con loro. Chiede di dove sono, loro rispondono Germania. Il danese fa una smorfia, e mi chiede di dove sono: alla parola "Italia" inizia a sorridere, mi chiede come va, che ci faccio qui, se mi piace il cibo e la cittá...Il cambio di espressione rispetto al dialogo con i tedeschi é lampante...
Il quiz? Un paese in cui il 70% dei lavoratori é iscritto a un sindacato e in cui la pressione fiscale giunge mediamente al 60% perché la gran parte dell´economia passa attraverso i pubblici servizi non puó che essere un paese COMUNISTA (per la gioia della Esselunga, di Caprotti, del suo "falce e carrello", anche qua esistono i supermercati Coop, per giunta con il logo uguale al nostro!). Cosí come "comunisti!" siete tutti voi che avete indovinato, anche se nell´articolo non c´erano parole come "Tomasson", "Laursen" e "Helveg". Era proprio lui, l´uomo che quando si arrabbia dice "cribbio", l´uomo che vuol far dell´Italia ció che ha fatto col Milan (quindi prepariamoci a un governo di vecchi) che se in questo momento fosse a Sofia probabilmente mi sospenderebbe il blog perché sto facendo "un uso criminoso" del web...
Sperando che tutto ció non accada, vi dó appuntamento alla prossima puntata...
Un abbraccio internazionale
USD
giovedì 7 febbraio 2008
OTTAVA PUNTATA
La mission aziendale è quella di raddrizzare gli ascolti. Non va dimenticato che questo è un blog-reality-show, con un solo concorrente, senza nominations né televoto: ebbene per essere "blog" è un blog, per essere "reality" è reality, ma che per essere "show" ultimamente...non so.
...E che cosa ci vuole per raddrizzare...gli ascolti? Considerando che la valletta è in Ungheria? (E che La Valletta è a Malta?) A proposito, da quando è partita, a casa non vedo più una simpatica confezione di pillole numerate - sono ventotto - con una freccia che le ordina in modo crescente...
"Il quiz" diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi avete sbagliato.
Me lo chiedono in tanti e in tanti se lo chiedono: quest'oggi ve ne parlerò. Chiariamo subito che l'arrivo in Lituania era stato molto più "forte", ma allora era aprile e splendeva il sole: gli autoctoni non lo vedevano da otto mesi e - metereopatici come sono - per cui "giù di minigonne" e scollature "a go go". Qua sono arrivato a gennaio, per cui sotto giacche cappotti e cappelli, è obiettivamente più dura rimanere folgorati. E poiché "solo i fessi reagiscono subito", come mi diceva la mia prof di storia dei media, mi son preso qualche tempo per "osservare in modo più approfondito" per il bene del mio pubblico, si intende.
Passeggio lungo Vesterbogarde e vedo sull'immancabile pista ciclabile due "cicliste" in minigonna. Arrivo a Radhuspladsen; c'è un termometro luminoso che segna quattro gradi: al semaforo pedonale un'altra simpatica autoctona in minigonna aspetta il verde. Ricordate Helle? Mentre l'aspettavo c'era una bufera di neve, e in quel frangente mi è capitato di vedere alcune simpatiche donzelle con stivali col tacco. Nella folle nottata in cui ho conosciuto migliaia di forestieri, nei vari bar, non ho potuto non notare che forse hanno ragione quegli irlandesi che dicono che in Gran Bretagna non ci sono belle ragazze perché i vichingi le hanno portate in Danimarca.
Va sottolineato peró (a beneficio delle mie dodici-tredici lettrici) che a differenza della Lituania, quì la controparte maschile - obiettivamente - ha un suo perché. E bisogna conoscere la concorrenza per sconfiggerla. "E il quiz?" si ridomanderanno i miei piccoli lettori: più tardi appapà...
Dopo aver assistito alla Belgrado Fashion Week e dopo aver lavorato alla Milano Fashion Week, ora mi ritrovo in piena Copenhagen Fashion Week: la cittá é piena di monitor - griffati L´Oreal - che propongono in continuazione le immagini delle sfilate, che si tengono - mi é parso di capire - o in una struttura accanto all´aeroporto o accanto al nostro ufficio (nei giorni scorsi c´é stato un viavai di operai e tecnici carichi di luci, pannelli e specchi; ieri era la volta delle stylist armate di vestiti). "Si ma il quiz?": più tardi, diamine, un attimo di pazienza, parliamo di moda prima.... Faccio una passeggiata per curiosare: c'è movimento, ma la frenesia milanese sembra lontana. Provo a intrufolarmi all'ingresso di un padiglione facendo lo gnorri: mi spiegano che per entrare devo registrarmi su internet e pagare 165 corone, che tradotto in Lire sono circa....2X2=4, 6-1=5..... circa 20 Euro. Per ora mollo il colpo, ma qualora mi dovessi intestardire, i controlli sul retro sembrano discretamente blandi.
"Ma quando cazzo arriva sto cazzo di quiz?". A parte che potreste esprimervi con un po' più di garbo - d'altra parte questo è il mio pubblico, che ci volete fare? - comunque il momento del quiz giunge proprio ora.
Il contesto. Sono sul treno, rientro a casa. Sfoglio Nyhedasavisen, una delle principali testate free di Copenhagen. A un tratto, sfogliando le pagine, vedo una faccia nota, sfondo azzurro, sorriso dei tempi migliori, capigliatura in discrete condizioni. Giacca e cravatta scure, braccia aperte al cielo in segno di vittoria.
Il titolo dell'articolo è" Italiens rige playboy stryrer atter mod magten", mentre la didascalia recita "Italiens rigeste mand er pa vej tilibage. Trod korruprionssager, upopulaere jokes og offetligt flirteri". I titoli dei paragrafi sono "Nazi-jokes og flirteri" (ritaglio l'attacco:"I sine tidligere perioder som premierministeren kom hn blandt andet til at "joke" med, et tysk Eu-parlamentariker mindede om en nazikaptajn, ligesom han ogsa fortalte, hvordan han bugte sin "playboy-charme" i forhandlinger med Finlands kvindelige praesident i 2005") e Korruption er o.k.. Taglio anche un pezzo dal primo paragrafo: "I Europas medier X.Y. mest kendt for korruptionssager, sin play-boy attitude, sit giganteske medieimperium og sine ofteplinge jokes. Han er god for over 20 miliarder kroner og styrer storstedelen af Italiens mediebranche". Ho evidenziato in corsivo le parole che potrebbero aiutarvi nel trovare la soluzione: premetto che di danese non capisco quasi niente, ma penso che non sia impossibile...La domanda è: chi è mister XY?
L'hai scoperto? Lo sai? Sei convinto? L'accendiamo? Manda un email a ilsacco@supereva.it: i primi dieci che invieranno la risposta corretta nel giro di tre giorni gli succederà qualcosa diincredibilmente fortunato, come nelle odiosissime catene di sant'Antonio telematiche.
La soluzione? La prossima puntata!
USD
domenica 3 febbraio 2008
SETTIMA PUNTATA
"Excuse-me, but is it a Danish game?" Mi fissa stralunato e strabuzza gli occhi: "I mean: in Italy we play in a short field, five players for team: one is the goalkepeer". '
Ma....Danese che non sei altro, secondo te potevo mai chiederti se il calcetto é uno sport tipicamente danese? Se ne rende conto, sorride e mi dice "I don´t know, but in Denmark is diffused, but I prefer playing football outside: this game is often boring....". Certo: "It looks like hockey for the barreers, handball for the tatics and football....". "You´re right".
"But tell, me: is football the "national sport" here?". Annuisce. "And what about handball and the big party for the European Championship?" "You know: Denimark is a small country, so everytime we win something, we make party...but now excuse-me, I have to go to my team-mates". Tempo scaduto: il bonus temporale per parlare con un danese sconosciuto é circa di due minuti. "People started to watch handball when we was in semifinals: you know, when we get some important result in all the sport people is happy", mi diceva qualche tempo fa l´istruttore della palestra in cui vado. "Yes, but you know, in Italy we just kick the ball....". Sorride. E aggiunge "We have a lot of good players, they play in good teams in Europe, but they are not a team, when they play togheter they are...bad".
Perché da queste parti, in questa stagione, alla domenica pomeriggio ci si ritrova in quindici-venti, raggruppati in squadre da quattro. Armati di cacciaviti, viti e pannelli in legno, diligentemente si prepa il campo da gioco montando un sistema di barriere-sponde alte circa un metro che corrono lungo il perimetro del campo. Si distribuiscono le casacche se é il caso, poi si gioca, quattro contro quattro "a portieri volanti". Si puó giocare di sponda e quando la palla supera le barriere, la si "rimette" con le mani: per il resto le regole sembrano quelle del calcetto, essenzialmente.
Le partite durano dieci minuti (non effettivi): il campo é grande, non saprei quantificare, ma circa tra il doppio e il triplo di quelli da calcetto a cinque. Le porte sono identiche: il tabellone luminoso fa da cronometro e segnapunti, le squadre si affrontano all´italiana. Perché somiglia alla pallamano? Perché la squadra che attacca si allarga, chi difende si stringe: la palla circola per vie orizzontali talvolta a lungo prima di convergere verso la porta (idealmente segue il perimetro dell'area da 3, se si giocasse a basket). Chi difende tiene sempre una punta "su", perché é utile rinviare lungo, grazie all'ausilio delle sponde.
Ma il campionario sportivo dei sudditi della Regina Margherita II non si ferma qua. Presso il nostro centro sportivo li vedi giocare a bamdinton (un tennis indoor con racchette piccole e una pallina con un´imbracatura piumata che funge da paracadute), hockey senza pattini, una specie di rugby-freesby, con il disco a far da palla (anche qua ci si ritrova in quindici-venti e ci si affronta a squadre), pallamano, basket, pallavolo, step-aerobica&Co, varie ginnastiche e specialità atletiche, nuoto e tuffi (ci siamo spostati in piscina). Ogni tanto si allena anche una squadra di calcio composta da ragazzine di 10-12 anni: sono esilaranti da vedere, alcune sono veramente bravine. Ovviamente questo campionario di sport trova spazio nei telegiornali sportivi, con tanto di interviste ai "badmintonisti" - come diavolo si chiamano? - e ai giocatori di hockey ghiaccio.
Splendeva il sole su Copenhagen, nel weekend che ha visto Sarkozy sposare Carla Bruni e Tadic vincere le presidenziali in Serbia: si tratta delle prime notizie apprese dalla tv danese, mentre la trattativa Tomasson-Bolton è giunta grazie alla freepress. Ci si comincia ad ambientare, si vede?
É venerdí sera quando esco con il francese della testata mancata (ricordate il dialogo Domenech-Gattuso?), che mi invita al compleanno di una tedesca che nemmeno lui conosce. Il suo coinquilino olandese é una macchietta e - nonostante non fatichi a perdonarmi per un Milan-Aiax 3-2 con gol allo scadere di Tomasson - mi presenta mille persone, tra cui un "dottorando" italiano (che mi dice di guadagnare attono ai duemila euro mensili come ricerctore). La serata perde tono, sicché si cambia: altro giro altra festa. Stavolta la macchietta arancione mi presenta un simpatico moldavo - cui ovviamente mi rivolgo in romeno - che inizia a presentarmi ragazzi e ragazze di tutte le nazionalitá possibili e immaginabili. Lavorano tutti al WHO (in italiano OMS: Organizzazione Mondiale Sanitá): con loro mi ritrovo a finire la serata in un terzo locale, con la naturalezza di chi si conosce da una vita. Sono le sei quando rientro a casa, dopo aver fatto colazione col moldavo in uno dei mitici 7eleven, esausto e incredulo per la splendida folle nottata appena trascorsa.
Un abbraccio
USD
venerdì 1 febbraio 2008
SESTA PUNTATA
Cosa ti mancava in Italia della Danimarca? "Il sole in estate".
Smarrimento generale, ma non ha tutti i torti: "Da noi c´é luce fino alle undici, mezzanotte, e alla mattina il sole sorge presto; in Italia fa buio molto prima, é strano...". Lezione uno del manuale del "perfetto italiano all´estero": non dar mai niente per scontato. E cosa ti manca dell´Italia quí? "la siesta": certamente, d´inverno c´é il sole per sei ore e sarebbe un peccato perderne una per dormire. Anche perché quá la sera gli orari sono quelli tipici "delle galline": cena alle 18 e pub che chiude alle 21.30.
E allora a queste latitudini capita di ricevere email del tipo "Va bene se ci vediamo alle 18, dopo il lavoro, alla fontana di Radhuspladsen?". Sembra un problema innocuo quello dell´orario, ma é una delle cause principali di incomprensione tra "terroni" e "polentoni" d´Europa. Perché in Italia - grossomodo - se ci si incontra alle 18 é per un aperitivo, alle 19.30 per una pizza, alle 21 per un cinema, alle 22 per una birra, alle 24 per la discoteca. Mentre ci si incontra all´alba per una scampagnata, una battuta di caccia o di pesca; alle 8 per la colazione, alle 10 per il caffé, alle 13 per il pranzo. Nel pomeriggio non ci si incontra per via della siesta, a lavoro o no. Ma quá é tutto sfalsato, per cui dalle 18 in poi é chiaro che si tratta di un dopocena, vedi lezione numero uno.
Le trattative si concludono con un appuntamento alle 19.30, ovviamente per un dopocena. Lei arriva puntuale e in bicicletta, tu eri in anticipo e la cosa non é molto edificante: su Copenhagen si sta abbattendo una bufera di neve, e ovviamente la fontana é il punto piú scoperto di Radhuspladsen. Pantaloni zuppi, faccia congelata, presentazioni di rito, e fuga in un caffé. Anche perché la bicicletta, per quanto comoda, in determinate situazioni non é certo il mezzo ottimale per muoversi. In compenso si abita "A 10´ da quí", ovunque sia il "quí" e ovunque sia "casa". Ieri inoltre ho capito perché da queste parti impiantano centrali eoliche. E dovrebbe saperlo bene anche Andersen - che da queste parti studiano alle elementari - visto che la sua statua é in un punto che definire ventilato é poco: non guarda la piazza antistante (Radhuspladsen) ma é girato, secondo me é per il torcicollo, verso i Giardini di Tivoli.
Helle é una ragazza ventiseienne danese che studia - non si capisce bene perché - italiano. É gentile e pacata. "Gli italiani sono molto piú...come si dice....per esempio - agita le braccia e la testa - in discoteca, mentre i danesi sono piú....- si impettisce -...hai capito?": certo che ti ho capito, noi siamo piú "esagitati", voi siete piú "misurati, composti". "Si, noi siamo tranquilli", aggiunge.
Dopo aver sentito la consueta "sfogata" sui malcostumi italiani (la crisi del Parlamento e del sistema elettorale, il processo Sme e Cufaro, l´incarico a Marini - forse Valeria avrebbe potuto mettere tutti d´accordo, ma Franco sinceramente non so... - per spaziare poi da Tangentopoli, allo spettro radiomagnetico della tv in chiaro - appena cassato dal diritto comunitario come ovvio che fosse - passando attraverso il referendum e concludendo con la storica "discesa in campo" con le Coppe dei Campioni alle spalle) afferma che "da stasera mi piace di piú la Danimarca". Perché se da noi lo sport nazionale é "parlare" e soprattutto "sparlare", da queste parti si preferisce la via della "pacatezza".
Archiviati i discorsi seri, é la volta della Regina. "Cosa fa nella vita? Quando si sveglia la mattina infila la toga, mette la Corona e prende lo scettro? Ma incontra la gente? Si mostra in pubblico? Cammina per le strade?". Sorride, Helle, capisce lo spirito "cazzone" delle domande. Poi spiega "...Ma no, al massimo mette la corona quando riceve i capi di Stato, rappresenta il Paese ma é una carica formale...E quando esce ha sempre la scorta. Tuttavia, pur non conoscendola di persona, lei e la sua famiglia sono un po´ come..."amici": nel senso che noi sappiamo tutto di lei, della sua famiglia, dei figli....E quando compie gli anni si va in piazza con le bandiere per fare festa, lei si affaccia e saluta la folla. É divertente".
Giá, le bandiere. Avete presenti le bandierine che si mettono sulle torte per i compleanni? Quelle piccoline, di tutte le nazioni? Dimenticatele: in Danimarca sono rigorosamente tutte con il vessillo danese. Onnipresente anche sui fazzoletti e sui bicchieri di carta. Quando si festeggia si prende la bandiera danese, non si discute. "É il simbolo del popolo - mi raccontano in ufficio - non dello Stato: la gente, la comunitá si riconosce in quella bandiera, che viene utilizzata in tutte le feste. Ma non ha la forma rettangolare, ma con due punte all´estremitá". E se fin da bambini - alle feste di compleanno - si tira fuori la bandiera, penso sia agevole creare quel legame affettivo - non sempre cosciente - con questo simbolo.
Perché se ripenso alla mia infanzia felice, ricordo che a colpi di "Fivelandia" mamma e papá invitavano tutti i miei amichetti "della scala", quelli dell´asilo o della scuola per mangiare tutti assieme un pezzo di torta. Palloncini, musica, giochi, sano divertimento e qualche regalo. E se avessi avuto il vessillo danese, probabilmente mi sarei affezionato anche a quello. Come mi divertivo...Come un bambino: sono cresciuto cosí. E quelli sono stati i compleanni migliori, se penso che il "diciottesimo" l´ho trascorso dall´oculista a far la visita per la patente.
Per la cronaca, domani arrivo a ventisei. E mi mancherá senz´altro svegliarmi senza il celeberrimo tiramisú di mamma - benché sappia che appena apriremo gli occhi avremo lo stesso pensiero. La mente volerá indietro a quelle feste, alla musica dei Fivelandia. A quelle giornate felici: cosí distanti, eppure cosí vicine. Il mio pensiero domattina volerá in via dei Pini, a mamma, papá e sorella, ai quali invieró un telepatico "grazie di tutto". Perché se nel mio piccolo posso permettermi di andare in giro per il mondo sempre e comunque a testa alta é per merito loro. E diró grazie anche a tutti quelli che mi vogliono bene e che mi stimano.
Mentre scrivo ho un nodo in gola: il legame con la mamma é una di quelle cose che gli stranieri non capiranno mai.
Questa mattina c´é stato un piccolo rinfresco per festeggiare il primo giorno di lavoro di un nuovo responsabile. Alla fine mi é stata regalata una torta, da mangiare domani nel mio "private party". Sono rimasto contentissimo perché non me lo aspettavo ("Mai crearsi delle aspettative", regola due del "perfetto italiano all´estero"). Compiró gli anni all´estero in una cittá semi-sconosciuta in cui non conosco quasi nessuno. Ma saró contento, anche se non ci sará la musica dei Fivelandia (regola numero tre: "bisogna sapersi accontentare").
Fate un brindisi alla mia salute, ma mi raccomando non siate banali : da queste parti si grida "Sokol!", in Lituania "Isveikata" mentre in Romania "Noroc" o "Sanatate!". Se volete andare "alla russa" usate pure "Na sdarovia!". Io non ho preferenze!
Un saluto,
USD