lunedì 25 febbraio 2008

DECIMA PUNTATA

SOPRAVVISSUTO E SOPRAVVIVENDO

No, tranquilli, non mi hanno dato fuoco. Sono ancora vivo e a piede libero. E in discrete condizioni.

Anche se nella serta di San Valentino, un po' mi son cagato addosso mentre passeggiavo da solo in una via del centro, quando ho incrociato una mandria di ragazzetti che scandiva slogan - chissà
contro chi - e marciava con aria minacciosa sulla strada, nel senso di marcia opposto al mio. Certo, quando ho visto che al semaforo si sono fermati perché era rosso, ho recuperato un po' di tranquillità. "Ma si - ho pensato - sono una banda di ragazzini, che mai potranno far di male?".

Beata ingenuità: pare che siano proprio i ragazzini, seconda generazione di immigrati, che stanno mettendo a ferro e fuoco la città. Secondo i danesi si tratterebbe di microcriminalità e di atti vandalici figli dell'adolescenza, che fanno rumore solo perché qua in DK non sono abiutati né alla microcriminalità, né agli immigrati, né alla seconda generazione di immigrati.

Qualcuno di voi forse ha sentito nominare Grunditvig, il fondatore, qualcuno di voi ha anche un'idea di cosa siano le folk high school, fatto sta che la scorsa settimana l'ho trascorsa a Ollerup, in un istituto legato all'apprendimento non formale.

Che cos'è? E' una specie di scuola che non è una scuola, è un college che non è un college, è un'università che non è un'università. Sostanzialmente in queste folk school "si scopre la vita", per dirla con i danesi e si cresce: è tradizione, in Danimarca come in tutti gli altri paesi propriamente scandinavi, spedirci per qualche mese i propri figli a cavallo tra college e università. Anche perché tutti i genitori ci sono stati e molto spesso proprio qua hanno conosciuto
il partner con il quale poi hanno messo su famiglia. Spesso anche Per i nonni vale lo stesso discorso.

In queste scuole si usano metodi di apprendimento non formale, per cui giochi di ruolo, project work, dibattiti, attività fisica, regole discretamente serrate, socializzazione forzata. Si cantano
canzoni, si organizzano riunioni quotidiane, si sta tutti assieme, si condividono emozioni, sentimenti, informazioni. Si sviluppa la personalità. Costano un botto e non si ottiene alcuna certificazione, sia ben chiaro: ogni istituto ha una specializzazione (lo sport, l'arte, il
teatro, la musica etc.) e l'unico valore legato a queste scuole, è legato alla disciplina specifica (per esempio a Ollerup era la ginnastica, per cui per i ginnasti provetti, un anno a Ollerup è un buon biglietto da visita). In compenso pare si trombi come ricci.

Qua si vive l'adolescenza con una beata innocente tranquillità: i ragazzi sono spensierati e non hanno bisogno di uscire, tutto ciò che serve è dentro l'istituto. C'è un microcosmo sociale in cui ciascuno viene stimolato a ritagliarsi il proprio ruolo. Inutile dire che spesso sono nel bel mezzo della campagna danese, sperdute in mezzo a isolette sperdute.

Qua ci si schiarisce le idee sull'università, quà si dà sfogo a tutte le fantasie più represse, qui si valorizza l'adolescenza, preparando le persone a costruirsi una famiglia: forse nasce anche qua l´immagine degli scandinavi che - a diciott´anni - hanno giá provato tutto ció che c´é da provare.

Ebbene l'ultima settimana di Danimarcantonio è ambientata proprio in una folk school. Se ci ripenso è pelle d'oca: una trentina di baldi giovani coinvolti in una cinquegiorni di giochi, confronti, dibattiti, attività fisica e tante sane risate. Per papà l'universo non forse non andava oltre
le Alpi e sicuramente non scavalcava la cortina di ferro. Per mio nonno le nazioni europee erano nemiche o amiche a seconda degli umori di Sua Eccellenza il Re d'Italia.

Avrei voluto fermare il tempo, a Ollerup. Perché sentire un ungherese che non spiccica una parola di inglese, ripetere mnemonicamente "Ciao bellissima, vuoi venire a vedere la mia collezione di farfalle?" a una francese che - random - risponde "no" sentendosi dire "Zitta puttana!" non ha prezzo. Perché sentire la musica riecheggiare in una palestra in cui austriaci, francesi e sloveni giocavano assieme a basket -alcuni senza la minima cognizione di causa ma tutti con trentacinque denti di sorriso - non ha prezzo. Non ha prezzo ridere alle tre di notte realizzando che in Grecia, Germania e Italia la posizione di espletamento delle funzioni fisiologiche
di una certa consistenza è pressoché la stessa (cioé seduti sulla tazza). Non ha prezzo stimolare
una timidissima bosniaca e vederla poi prendere iniziativa recitando di fronte a una platea divertita e sorridente. Non hanno prezzo nemmeno le pacche sulla spalla di un bulgaro che hai preso in giro regolarmente ogni volta che apriva bocca. E anche quando non la apriva, perché da quelle parti il movimento del capo verticale - su giu su giu - significa "no" mentre quello orizzontale - destra sinistra destra...o viceversa - significa "si".

Ci sono cose che non hanno prezzo, ci sono esperienze che vale la pena di esser vissute.

A volte basta veramente poco per fare delle cose grandi, per emozionarsi, per condividere stati d´animo, per sorridere. Troppo spesso non si riesce a prendersi un po´ di tempo per sé, per agire senza pensare, per giocare, per lasciarsi andare. A volte é difficile lasciare tutto fuori, i pensieri, i problemi, la fatica. A volte é difficile fare ció che si ha voglia di fare senza pensare. Quante volte si comincia con una partita di calcetto e si finisce con gli insulti, quante volte non si é mai contenti. Quante volte non ci si rende conto di ció che si ha e di ció che si é. Quante volte si é troppo impegnati a pensare per non gioire delle piccole cose.

Ecco cosa ho fatto la scorsa settimana: ho gioito delle piccole cose. A Ollerup, un paese che manco sapevo esistesse. E che son contento di aver conosciuto.

Un abbraccio internazionale.

USD

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